Liberatela (legalize it)

La questione internet in Italia è spesso sottovalutata: i costi sono più alti rispetto gli alti paesi e la diffusione non è ancora ottimale, la banda larga per molti è ancora una fascia tergisudore e la nostra preparazione a riguardo è a dir poco scarsa.  Dovrebbe essere studiato insieme all’italiano nelle scuole.

Si perchè saper usare la rete oggi significa non solo postare su facebook quante volte si è andati in bagno ma vuol dire inserirsi in un “nuovo mondo” dove poter far spesa, leggere un giornale , guardare filmati ecc… Per molti è gia una fonte di lavoro, interi apparati si sostentano grazie al world wide web ed è per questo che prima o poi tutti ci finiremo dentro. Detto questo voglio aggiornarvi su un dettaglio tecnico che avrà diverse ripercussioni pratiche: la liberalizzazione degli accessi Wi-Fi da punti pubblici e lo faccio grazie a questo esaustivo articolo preso da downloadblog.

Un percorso che parte da lontano. Era infatti il 2005 quando, sulla scia degli attentati a Londra, l’allora Ministro dell’Interno Pisanu aveva introdotto il cosiddetto “Decreto Antiterrorismo” che conteneva le disposizioni per le reti Wifi (su NetOrange un pdf con gli aspetti legali). Obblighi introdotti:

l’esercizio pubblico di qualsiasi tipo (bar, ristorante, albergo, rivendita tabacchi) che offre al pubblico un servizio di Internet , tramite terminali, tramite prese ethernet o tramite wi-fi è tenuto ad adempiere ai seguenti obblighi:

a) Inviare al Ministero delle Telecomunicazioni la comunicazione prevista dall’art. 25 del Codice delle Telecomunicazioni
b) richiedere la licenza al questore
c) identificare il soggetto a cui si offre il servizio prima di consentirgli l’accesso procedendo come segue: chiedere un documento di identità, trascrivere su un registro o su un computer i dati anagrafici (data e luogo di nascita, residenza etc), indicare il tipo di documento ( es. patente, passaporto, carta di identità), il n. del documento e fare una fotocopia dello stesso;
d) porre in essere il monitoraggio delle attività svolte dal soggetto a cui si offre il servizio, ovvero: memorizzare e mantenere i dati relativi alla data ed all’ora della comunicazione e alla tipologia del servizio utilizzato, abbinabili univocamente al terminale utilizzato dall’utente esclusi, comunque, i contenuti delle comunicazioni;
e) sanzioni: sanzione amministrativa del pagamento di una somma da € 516,00 a €
3.098,00.

Disposizioni che, di fatto, avevano bloccato la diffusione del WiFi nel nostro Paese, e che avevano generato polemiche, appelli e proposte parlamentari di vario genere.

AdnKronos ha riportato chiaramente:

Il titolare del Viminale: i cittadini saranno liberi di collegarsi ai sistemi wi-fi senza le restrizioni introdotte 5 anni fa e che oggi sono superate dall’evoluzione tecnologica.

Tutto bene quel che finisce bene? Guido Scorza, sul blog di Wired avanza un piccolo dubbio:

Se, tuttavia, il Governo avesse davvero abrogato l’art. 7 del Decreto Pisanu, allora, il Ministro, non avrebbe detto, dal 1° gennaio ma da domani… Le ragioni per festeggiare restano ma, ad un tempo, è importante che l’ufficio legislativo del Ministero dell’Interno e/o di Palazzo Chigi, prenda nota dell’esigenza di provvedere – se l’obietttivo è davvero la liberalizzazione del wifi in Italia – all’integrale abrogazione dell’art. 7 del Decreto Pisanu, così come convertito in legge.

Sul Corriere, il procuratore nazionale Antimafia, Piero Grasso, è estremamente critico:

l’accesso libero alle postazioni wi-fi e agli Internet point porterebbe a ridurre moltissimo la possibilità di individuare tutti coloro che commettono reati attraverso Internet. Bisogna rendersi conto che dietro queste reti wi-fi e Internet point ci si può nascondere benissimo nella massa degli utenti non più identificabili e si possono trovare anche terroristi, pedofili e mafiosi.

Questione che Grasso potrebbe porre ai colleghi europei. Possibile che solo in Italia esista questo problema? Ne parlava proprio Sabato scorso Beppe Severgnini, sempre sul Corriere.

La schedatura venne introdotta – e viene tuttora giustificata – come misura antiterrorismo. C’è un particolare: Paesi più esposti di noi hanno rinunciato, ben sapendo che i pericoli non vengono di lì. Negli ultimi cinque anni – da quando ho trovato nella zona wi-fi di Fiumicino il cartello «Servizio temporaneamente sospeso» – ho usato il servizio dall’aeroporto di Budapest, in una piazza di Beirut, davanti a un caffè di Tel Aviv, in una strada di Hanoi, dentro un ristorante di Nairobi, da un parco di Oslo, in uno stadio a Pechino e in diverse università americane. Tutti più incoscienti di noi?, si è chiesto Massimo Sideri su Sette. No. Hanno capito invece che, con certe misure, si fermano gli studenti, gli imprenditori e gli innamorati. Non i malintenzionati.

A questo punto non resta che attendere il 1° Gennaio per verificare se anche in Italia l’accesso al WiFi sarà “libero”, o se ci attendono altri colpi di scena…

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