Sul trattato di Lisbona

In questo intervento del 2007, questo simpatico ometto chiamato Nigel Farange denunciava davanti al parlamento europeo di Strasburgo l’oscurità che regnava sull’allora trattato di riforma, in seguito divenuto trattato di Lisbona. Circa sei mesi dopo, nonostante cinque referendum annullati (Rep. Ceca, Danimarca, Polonia, Portogallo e Regno Unito) e due contrari in Francia e Olanda nel 2005, i capi di stato firmarono questa modifica alla costituzione Europea.

Il 6 maggio di quest’anno Nigel Farange è stato vittima di un incidente aereo, ma fortunatamente è sopravvissuto a questa “fortuita circostanza”.

Come vedete anche in Italia l’informazione su questo tema è stata a dir poco inesistente, come ha denunciato Storace in questo intervento. Ma di cosa stiamo parlando precisamente? quali sono i punti salienti che devono rimanere oscuri?

Come accennava l’esponente de “la Destra”, la costituzione Europea toglie la sovranità alle nazioni e sembra giustificare la pena di morte “nel corso di un’azione legale intrapresa per sedare una rivolta o una insurrezione” oltre che “al fine di eseguire un arresto legale o di prevenire la fuga di una persona legalmente detenuta” o “in difesa di una qualunque persona soggetta a violenza illegale”.

Onde evitare interpretazioni errate della questione, riporto integralmente un testo di Giulietto Chiesa dal sito antimafia duemila:

Dopo il mio articolo sul Trattato di Lisbona, successivo al referendum irlandese [1], ho ricevuto alcune lettere con richiesta di spiegazioni sul mio specifico riferimento al modo in cui, nel Trattato, si affronta la questione della pena di morte.

Anche a causa del modo semplificato, a rischio di deformazione, con cui la questione è stata trattata su diversi siti web, ritengo opportuno, anzi necessario – per ragioni di metodo e di sostanza – fornire a tutti i lettori una verifica circostanziata di tutte le fonti. Ne emergeranno molti importanti elementi di valutazione.

Il Trattato prevede la pensa di morte? Non esattamente. Anzi, alla lettera la esclude categoricamente. Prevede però che le forze dell’ordine possano legalmente uccidere un cittadino europeo, al di fuori di ogni regolare giudizio, in condizioni eccezionali, certo, ma la cui definizione è affidata a organi di Stato al di fuori di ogni possibile verifica giurisdizionale. Vediamo come stanno le cose.

Si deve partire dalla Convenzione Europea sui Diritti Umani (d’ora in avanti CEDU) che fu scritta nel 1949 e fu approvata dal Consiglio d’Europa nel 1950. [2]

Si badi bene: dal Consiglio d’Europa, che è organizzazione diversa da quella che è oggi l’Unione Europea. [3]

L’art. 2 della CEDU suona così:

Par 1. Il diritto alla vita di ciascuno sarà protetto dalla legge. Nessuno sarà intenzionalmente privato della sua vita eccetto che in esecuzione di una sentenza di un tribunale che faccia seguito a una condanna che preveda legalmente quella pena.

Par. 2. La privazione della vita non sarà considerata una violazione di questo articolo quando essa risulti dall’uso della forza in condizioni assolutamente necessarie:

a) In difesa di una qualunque persona soggetta a violenza illegale;

b) Al fine di eseguire un arresto legale o di prevenire la fuga di una persona legalmente detenuta;

c) Nel corso di un’azione legale intrapresa per sedare una rivolta o una insurrezione.

Va tenuto conto dei fattori storici. Nel 1949 diversi paesi europei ancora prevedevano nella loro legislazione la pena di morte, e in alcuni casi la praticavano. Quel documento risente, evidentemente, delle condizioni dell’epoca.

Nel 1983 il Consiglio d?Europa (si faccia attenzione: non l’Unione Europea) approvò un protocollo aggiuntivo alla CEDU, il numero 6, che o oggi è stato ratificato da tutti i membri del Consiglio d’Europa eccetto dalla Russia [4]. Cosa dice questo protocollo n.6 (successivamente emendato dal protocollo n.11 il 1/11/1998, ma senza mutarne i caratteri originari) ? Ecco il testo:

Art.1 Abolizione della Pena di Morte.

La pena di morte è abolita. Nessuno può essere condannato a tale peno, o giustiziato.

Art.2 Pena di Morte in tempo di guerra.

Uno Stato può introdurre la pensa di morte nella sua legislazione rispetto ad atti commessi in tempo di guerra o di imminente minaccia di guerra; tale pena verrà applicata solo nei casi previsti dalla legge e in accordo con le sue norme (et alias).

Come si vede il protocollo n.6 (ovvero n.11) introduce un concetto che prima non era menzionato e che prevede eccezioni per lo “stato di guerra” o di “imminente minaccia di guerra”. Chiunque è in grado di vedere la pericolosità giuridica e politica di una tale precisazione. Chiunque è in grado di percepire la doppia minaccia racchiusa nell’aggettivo “imminente”. Come vada interpretato è tutt’altro che chiaro. Perché questo concetto sia introdotto in questo contesto europeo è non meno inquietante.

Nell’anno 2000 i 15 Stati allora membri dell’Unione Europea hanno ratificato questo protocollo n.6 e n.11 . Contestualmente hanno approvato la “Carta dei Diritti Fondamentali” (d’ora in poi Carta) (che è, su questo aspetto, apparentemente, perfino più sintetica della Convenzione (CEDU)).

Questa Carta dei Diritti Fondamentali ha anch’essa un art. 2:

Art. 2 Diritto alla Vita.

1) Ognuno ha il diritto alla vita.

2) Nessuno può essere condannato alla pena di morte o giustiziato.

Tuttavia – raddoppiare l’attenzione a questo punto – la Carta dei Diritti Fondamentali (art. 52 (3)) statuisce anche che le sue norme devono essere interpretate in linea con quelle della CEDU. Per questa ragione aggiunge un “memorandum di spiegazione” [5]che accompagna la Carta e che esplicitamente “fa parte della Carta”. Incluse “le ‘definizioni negative’che appaiono nell’Art. 2 della Convenzione”.

Dunque, riassumendo l’intricatissimo percorso, l’Art. 2 della Convenzione (CEDU) – Pena di Morte in tempo di guerra- viene totalmente incorporato nella Carta del 2000.

Due anni appresso, nel 2002, il Consiglio d’Europa approva un altro protocollo, il n.13 della Convenzione, che di nuovo abolisce la pena di morte “in tutte le circostanze” [6] ed esplicita questo fatto dopo avere notato che “il protocollo n.6 della Convenzione (…) firmato a Strasburgo il 28 Aprile 1983, non esclude la pena di morte in caso di atti commessi in tempo di guerra”.

Dunque il Consiglio di Europa non ha perduto di vista il problema e, per questa ragione, intende eliminarlo proprio con il nuovo protocollo n13. Per questo motivo, evidentemente, scrive nel suo articolo 2 (a quanto pare la pena di morte è collegata nei documenti europei al numero 2) che “non possono esserci deroghe alle norme di questo protocollo”.

Nemmeno “in tempo di guerra”, tanto meno in tempo di “imminente pericolo di guerra”.

Tutto sembra ora a posto. Salvo che non tutti gli Stati membri dell’Unione Europea hanno ratificato questo protocollo n.13 della Convenzione. Dunque la Carta (dell’UE) non ha potuto o voluto inserirlo nel testo del Trattato di Lisbona. Il quale è dunque rimasto fermo al “memorandum esplictativo del protocollo n.6.

Dunque gli elementi di grave minaccia al diritto umano alla vita, e di grave minaccia alle libertà democratiche, rimangono all’interno del Trattato di Lisbona nella sua formulazione attuale, seppure nascosti in un protocollo.

Ma la ricostruzione di questa storia denuncia la tremenda distanza tra la democrazia e questo tipo di giurisprudenza, che rende estremamente difficile ogni trasparenza e concede ai poteri reali, politico-burocratici, strumenti subdoli di eversione. Cosa sia imminente tempo di guerra, cosa sia insurrezione, è lasciato al loro giudizio. La pena di morte è solennemente esclusa, ma si prevede l’uso della forza in termini tali che un cittadino europeo può essere ammazzato (non giustiziato) dai pubblici poteri. Ripeto: di questa Europa gli europei non hanno bisogno.

Precisiamo che questo articolo è datato 2008, è quindi antecedente all’accettazione di tutti gli stati europei del trattato ed alla sua successiva entrata in vigore (1° dicembre 2009).

Sulla questione della sovranità nazionale vi riporto questi video:

A voi le tristi conclusioni.

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